Italia

L'Italia è riconosciuta nel mondo come uno dei paesi più importanti per la produzione di vini bianchi, con un patrimonio ampelografico che racconta la storia enologica del nostro Paese. I suoi vini più famosi sono il Verdicchio, il Vermentino, il Fiano, la Falanghina, il Greco di Tufo e il Müller Thurgau e molti altri che nella nostra cantina on...

L'Italia è riconosciuta nel mondo come uno dei paesi più importanti per la produzione di vini bianchi, con un patrimonio ampelografico che racconta la storia enologica del nostro Paese. I suoi vini più famosi sono il Verdicchio, il Vermentino, il Fiano, la Falanghina, il Greco di Tufo e il Müller Thurgau e molti altri che nella nostra cantina online potrete trovare. I vini che vi offriamo sono scelti dai nostri esperti; In questo modo possiamo offrirvi etichette importanti e altre che vi farà sicuramente piacere assaggiare. Gustate con noi i sapori dell'Italia, dai soavi sapori del Nord, dove Piemonte, Trentino e Alto Adige fanno da padroni, fino al Sud, con i suoi aromi pulsanti. Questi e molti altri vini d’Italia sono disponibili nel nostro shop online, per rendere speciale ogni occasione e indimenticabili i vostri momenti in compagnia!

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Italia  Ci sono 141 prodotti.

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  • Abruzzo

    Come per altre regioni del centro Italia, anche la viticoltura abruzzese è debitrice degli etruschi, che introdussero, probabilmente, la coltivazione razionale della vite verso il VII-VI secolo a.C. Nel VI secolo si coltivavano le uve “apiane”, uve dolcissime, dal sapore di moscto: In passato i vini abruzzesi furono sovente lodati da narratori greci e latini: soprattutto Ovidio nativo di Sulmona, ricorda amorevolmente i vini della sua terra. “Baccus amat coles”, osservavano i romani, e certamente il dio del vino doveva avere una speciale predilezione per queste terre. Da sempre le maggiore e tradizionali attività economiche regionali sono state viticoltura e pastorizia. Ma purtroppo a causa dello spopolamento montano, si sono avuti momenti di decadenza, e soltanto negli ultimi tempi, in linea con la politica di modernizzazione e di maggior impulso alla viticoltura, si sta procedendo a nuovi impianti ed alla coltivazione di altri vitigni, si notano segni tangibili di ripresa. Attualmente circa la metà della base ampelografia è costituita da Montepulciano, per la restante parte i vitigni più coltivati sono il sangiovese, il trebbiano d’Abruzzo (bobino bianco) e trebbiano toscano, malvasia toscana e passerina. Nel passato la fertilità del terreno e lo sviluppo dei vitigni condizionarono la scelta del sistema di allevamento della vite; oggi si aggiunge un fattore determinante, rappresentato dall’introduzione delle macchine, con le relative esigenze. L’alberello diffuso nei vigneti specializzati e le alberate nella coltura promiscua maritate ad olmi, aceri, hanno lasciato spazio ad impianti a sesto ampio per allevamento di tipo espanso. Solo in provincia di Teramo resistono i sistemi tradizionali; pur tuttavia non mancano i filari a controspalliera.

  • Alto Adige

    In questa regione la vitivinicoltura ha certamente una storia molto antica. Reperti di semi d’uva databili all’età del ferro dimostrano che la vite era conosciuta molto prima dell’avvento dei romani. Infatti, all’epoca della conquista della Retia, i romani trovarono una viticoltura molto sviluppata e incontrarono gli agricoltori “enologi”  preparatissimi. Plinio ricorda come in queste terresi conservasse il vino in vasi di legno, cinti da cerchi. Nel medio evo la viticoltura conobbe uno dei momenti più difficili , a causa delle invasioni barbariche. La sua storia si legò a quella dei monaci Benedettini e Domenicani e ad essi, grazie alla protezione dei loro monasteri, si deve la sua sopravvivenza e una certa floridezza. Questa attività economica assunse grande importanza ai tempi di Carlo Magno, quando vescovadi e conventi della Germania del sud si rifornivano di vino in Alto Adige. Infatti la sua estensione viticola raggiunse in quel periodo il massimo con oltre 10.000 ettari(il doppio di quelli attuali), ed il vino prodotto veniva esportato per la maggior parte. La riduzione agli attuali 5.000 ettari è da ricercare negli eventi storici: l’annessione dell’Alto Adige all’Italia, maggiore produttore di vino al mondo, l’intensificazione della più retti tizia frutticoltura e non ultimo, l’urbanizzazione. Tra i vitigni più importanti, annoveriamo la schiava, le sue sottovarietà e i suoi sinonimi, la cui produzione raggiunge il 60% dell’ampelografia altoatesina. Vi sono inoltre il laurei, il traminer aromatico, unitamente ad altri, mentre una citazione tra gli ultimi affermati merita il kerner. Per la produzione dello spumante, i vitigni più diffusi sono lo chardonnay e il pinot bianco. Il sistema di coltivazione, tipico ti questa regione, è quello a pergola: Negli ultimi anni si vanno diffondendo , specialmente per le varietà cabernet e pinot nero e sauvignon il sistema a spalliera. Per il difficile mantenimento dei vigneti esistenti gli sforzi maggiori vengono sostenuti dai responsabili del settore, mentre per lo studio, la ricerca, la sperimentazione e il miglioramento degli stessi è coinvolta, già dal 1972, la scuola Agraria di Laimburg, a Valdena (l’equivalente del San Michele all’Adige in Trentino).  Il 98,8 % della produzione viticola altoatesina è regolamentata e protetta dalla DOC; un record difficilmente superabile.

  • Basilicata

    La storia vitivinicola della Basilicata inizia tra il VII e il VI secolo a.C., quando i greci provenienti dall’Eubea introdussero  nuovi vitigni e tecniche più avanzate. La varietà più famoso e coltivata è il vitigno “ellenico”, oggi volgarizzato in aglianico, d’importazione greca. Nel passato il sistema di allevamento più diffuso era quello ad alberello speronato, anche esso di origine greca. Attualmente è usato il guyot a filare basso. L’impalcatura è su paletti di castagno o di cemento. Nella regione si registra una delle più basse rese d’Italia, non raggiungendo spesso i 50 q.li di produzione per ettaro. L’antica tecnologia vinaria usava le grotte, numerose in questo territorio, come ricovero ideale per il  mantenimento del vino. Oggi il suo affinamento è ottenuto con un adeguato periodo trascorso in botti di rovere. In queste terre fertile e ricche di luce, la vitivinicoltura dovrebbe trovare maggiore spazio, associando alla saggezza delle tradizioni e alle sue uve generose, una più incisiva tecnologia di trasformazione, moderna e intraprendente.

  • Calabria

    La Calabria ha una tradizione vitivinicola simile a quelle delle altre regioni bagnate dai mari tirreno e Jonio, con una civiltà italica che si evolve diversamente, ma in parallelo a quella reca e restandone profondamente influenzata. All’interno gli italici coltivarono uve del luogo in vigneti rudimentali, ottenendo, si pensa, vini mediocri. Sui litorali sono i greci, fin dall’ VIII secolo a.C., ad individuare le zone vocate alla vite e a dare impulso con i  loro vitigni e con le loro pratiche enoiche ad una ottima produzione divenuta ben presto celebre: proprio il vino Krimisa ottenuto con uve della costa jonica, tra Sibari e Crotone, nella zona ove ora si produce il vino Cirò, veniva offerto ai vincitori delle Olimpiadi. Fu la stessa Calabria, ove si coltivava la vita alta da terra, che contribuì con la sua tradizione vitivinicola a rendere il territorio italico, detto dai greci anche “Enotria”, cioè terra del vino. Sempre questa regione offrì le prime testimonianza di una imponente e organizzata esportazione del vino. Questa partiva dal porto di Sibari, passava attraverso veri e propri enodotti, per essere caricato agevolmente sulle navi; e da Tropea, ove il vino era posto in anfore di terracotta, veniva avviato in massicce quantità verso nord e verso ovest, ove era conosciuto e apprezzato. I vini di questa regione ebbero ancora momenti felici attorno al XIV e il XVI secolo. Con l’avvento della fillossera però, ai primi del ‘900, i fiorenti vigneti furono distrutti e le opere di reimpianto avvennero lentamente a causa della massiccia emigrazione della popolazione, nel frattempo avvenuta. I vitigni più coltivati oggi sono il gaglioppo, con circa l’80% della produzione di viti a bacca rossa; il greco bianco con circa il 90% di quella a bacca bianca.

  • Campania

    La Campania ha una antica storia della vite e ne porta ancora le tracce, sopravvissute ai millenni, con la varie forme di allevamento che si sono succedute nella sua terra. Dove è più spiccato il rispetto per la tradizione, vediamo ancora impianti ad alberello speronato che ricordano il sistema usato dai cretesi-miceneie dagli elleni, oppure il tipo di coltura promiscua, con la vite maritata agli alberi introdotta dagli etruschi, come nella zona di Aversa, dove si ritrova il vitigno asprino unito a fila di pioppo. Attualmente la coltura specializzata copre circa due terzi del comparto viticolo, il reso è ancora promiscuo. Il sistema a pergola in uso nei secoli, è stato progressivamente sostituito da spalliere e contro spalliere. Anche i vitigni più coltivati in Campania hanno origini antichissime. Infatti l’aglianico derivante dalla vite ellenica è stato introdotto, fin dalla fondazione di Cuma, dai greci. Da questo vitigno si ottiene uno dei vini più importanti, non solo del meridione, ma di tutto il contesto nazionale: il Taurasi. Lo stesso vitigno greco ha, probabilmente, la stessa origine. Mentre il vitigno fiano sembra aver ancor più remote radici: si fa infatti risalire la sua importazione ai fenici. Altri vitigni autoctoni diffusi per lo più sull’isola di Ischia e nel napoletano sono il biancolella, il forazteraed il per’e palummo o piede di colombo. Numerose sono le aziende vitivinicole e, in gran parte, si tratta di aziende di piccole dimensioni. Altro aspetto del settore è la modesta disponibilità verso la disciplina della DOC , che non raggiunge nemmeno il 2% circa di partecipazione. Tuttavia vi sono anche aziende modernamente attrezzate e seguite da validi enologi che producono vini di indiscussa qualità, che innalzano l’immagina della vitivinicoltura della regione.

  • Emilia Romagna
  • Friuli Venezia Giulia

    Con un passato ricco di eventi storici, di tradizioni, di cultura e di vigneti, la vitivinicoltura della regione ha da tempo avviato una produzione di vini di qualità, avvalendosi dello studio meticoloso sulla scelta dei sistemi di allevamento della vite prodotto dall’E.S.A.R. . Per fare ciò controlla non solo i portainnesti, la scelta dei sesti di impianto e  le forme di allevamento della vite, il tutto in stretta interdipendenza con le caratteristiche pedoclimatiche dei vitigni coltivati. La vitivinicoltura attuale, in regione si può suddividere per province, Quella di Pordenone, con le sue pianure, risente particolarmente la vicinanza e la coltura veneta, pertanto sessi vitigni e produzioni per ettaro, abbastanza elevate. Mentre Udine e Goriza sono le province che più corrispondono all’enologia friulana, anche se influenzate dalla vicina Slovenia. I vini  prodotti hanno maggiore struttura e caratteristiche. Anche gli stessi, numerosi vitigni coltivati, senz’altro frutto di scambi commerciali di questa regione mitteleuropea, sono stati una scelta dei viticoltori locali per diversificare la vendemmia. La stessa produzione dei vini bianchi, che grazie alle condizioni climatiche dei terreni e dei vitigni, è ottimale, è stata intrapresa molto prima delle richieste di mercato, per evitare la concorrenza nella produzione dei vini rossi, per altro di tutto rispetto anche in Friuli, e trovarsi posizionati favorevolmente nelle attuali esigenze deella domanda. La moderna viticoltura in regione ebbe i suoi natali già nella metà  del secolo scorso con l’introduzione di pregiate varietà di uve da vino francesi e tedesche, salvaguardando comunque alcune varietà tradizionali più rinomate , che ancora sono coltivate con successo come il tocai friulano, il verduzzo, il refosco dal peduncolo rosso e il verduzzo. Da quest’ultimo si ottiene un vino da dessert, già famoso fin dalla metà del 1700 per essere stato presente sulla tavole nobili e imperiali di tutta Europa. Il Carso triestino è caratterizzato dalla soprattutto dalla coltivazione del vitigno terrano dal quale si ottiene un vino di antica rinomanza sempre molto ricco di acidità. La specializzazione vitivinicola ha praticamente ridotto a due forme d allevamento, mentre per quello che riguarda i sesti di impianto, la diversificazione è maggiore, con una tendenza generale all’infittimento: In collina si adotta, praticamente ovunque, il guyot modificato, cioè il doppio capovolto, , cosiddetto a “a Cappuccina”. In pianura è ,maggiormente diffuso il metodo ex “Casarsa” o “metodo Friuli”, che in pratica è il sylvoz , cioè un cordone orizzontale e tralci legati.

  • Lazio
  • Liguria

    Si ritiene che siano stati i primi mercanti greci ad introdurre la vite nella regione, ma gli etruschi, in un periodo forse antecedente coltivarono già la vita nella zona occidentale. In seguito, sulle terrazze delle Cinque Terre i romani coltivarono la famosa uva “aminea”. I vini della costa di Levante erano rinomati fin dall’antichità, mentre quelli della riviera di ponente lo divennero più tardi, quando Genova si impose come potenza marinara. La vite in Liguria è coltivata normalmente su terrazze che possono trovarsi in collina, vicino al mare o nell’entroterra e la sua lavorazione è ovunque estremamente difficoltosa. I vitigni coltivati in Liguria, con prevalenza di quelli a bacca bianca, sono oltre il centinaio, un elevato numero che si spiega con la frammentazione delle proprietà, l’impervietà dei terreni e la vicinanza e la facilità di scambio con le altre regioni vinicole. Quello più diffuso  è comunque il rossese, seguito dalvermentino, pigato e orneasco. Normalmente la densità di piante per ettaro è elevata: si arriva spesso a sei mila e a volte a dieci mila viti , ma a ciò non corrisponde una potatura alquanto selettiva, benché normalmente le produzioni non superino i 70-80 quintali per ettaro. Le forme di allevamento più usata, nelle zone collinari del rossese e del pigalto, sono l’alberello e il tipo a spalliera. Nell’area delle cinque Terre l’alberello subisce delle varianti e altrove si ritrova maggiormente il tipo a spalliera od in minor parte a piccola pergola. Il rossese di dolce acqua fu molto apprezzato da Napoleone e tuttora si ritiene il miglior vino rosso della regione;l’Orneasco, versione ligure del dolcetto, è certamente un vino di carattere. I vini bianchi sono più pregiati; molta classe mostra il pigato della riviera di ponente, tuttavia i Liguri preferiscono il fermentino prodotto in entrambe le riviere. Prezioso e raro è il vino dolce Schiacchetrà delle cinque Terre: Purtroppo pr l’economia della regione, la vite diventa sempre meno importante, perché i pochi che si dedicano all’agricoltura preferiscono l meno impegnative e più remunerative serre per la coltivazione dei fiori. La Liguria, probabilmente per la distanza tra il confine occidentale e quello orientale, ha sempre sofferte di una certa rivalità interna: per lo più a Ponente si adottavano vitigni e tecniche simili la Piemonte, a Levante si adottavano tecniche vicine a quelle utilizzate in toscana e vi si prosperano vitigni originari di questa regione.

  • Lombardia

    Nelle vicinanze di Peschiera si ebbero certamente i primi insediamenti umani, questi antichi abitanti vivevano su palafitte, erano dediti all’agricoltura, e conoscevano già la vite come dimostrano i ritrovamenti, insieme ad altri reperti archeologici di epoca preistorica, avvenuti sulle colline moreniche vicino Sirmione e nelle vicinanze del lago di Iseo. Molto probabilmente la Lombardia è stato luogo di incontro del popolazioni retiche, provenienti dal nord, liguri ed etrusche provenienti da sud e certamente si scambiarono le loro esperienze in  fatto di agricoltura e vitivinicoltura. Seguirono i romani, che dopo aver conquistato quelle terre, con molta fatica, le bonificarono ed iniziarono a coltivare con razionalità dando un significativo impulso alla vicoltura. I vini della Lombardia ebbero sino a  tutto il periodo imperiale gloria e notorietà. Al crollo di Roma e ai secoli bui che seguirono, si ebbe il rischio della distruzione completa della vite; essa riuscì a sopravvivere e rifiorire nel medioevo, seppure con sistemi arcaici di allevamento. Nel XVI secolo si ebbero i primi significativi miglioramenti tanto nella viticoltura che nell’enologia: la vite era sorretta da palo secco e corto, ed aveva una corta potatura. Con la fine del XIX secolo l’oidio, la peronospora e la fillossera distrussero quasi completamente i vigneti. Dopo meno di cinquant’anni sono tornati a prosperare. Le zone lombarde a vocazione viticola presentano caratteri pedoclimatici molto diversi, che richiedono altrettante diversificate forme di allevamento. Infatti nell’Oltrepò pavese sono diffuse la spalliera e il Guyot singolo o multiplo, con tralci piegati o capovolti. Nel Bresciano e nel  bergamasco sono presenti la pergola trentina e il Sylvoz: Sulle colline moreniche si riscontrano ancora allevamenti a spalliera a sesti ristretti, con tralci piegati o capovolti, mentre sui terrazzamenti della Valtellina è diffuso il sistema guyot. Le diversificate necessità culturali, conseguenza delle accennate differenze climatiche e geo-pedologiche hanno suggerito ai viticoltori lombardi scelte di vitigni distinte per territorio.

  • Marche

    Il carattere arido-resistente della vite, capace di crescere e produrre in zone con piovosità inferiore a 250 mm annui, ha indirizzato la viticoltura regionale soprattutto alla valorizzazione della collina asciutta. La legge 930 del 1963, cercando di mettere un po’ di ordine nel settore, ha ridotto drasticamente gli oltre cento vitigni presenti sul territorio regionale, prevedendo per la produzione di vini DOC l’utilizzo di soli tredici ceppi. Comunque la marche sono legate al verdicchio, anzi c’è chi sostiene che il nome del vitigno-vino sia più famoso di quello della regione. Nell’area del Piceno merita un cenno particolare il vitigno autoctono pecorino, per la spiccata acidità e la notevole struttura che conferisce al vino. Scovato, per effettuare le selezioni clonali, nelle zone montane di Arquata del Tronto dove esistono piante su piede franco di oltre cento anni. Il sistema di allevamento ad alberello basso con un sesto (sistema di impianto) di un metro per un metro, o filari consociati per sostegno a olmi o aceri dominante da secoli ha lasciati il posto, da qualche decennio, ad altri sistemi di allevamento confacenti alle esigenze viticole odierne. Nei reimpianti si è tenuto conto delle vocate condizioni ambientali¸ ed il sistema dell’allevamento ad alberello basso con potatura corta, adatta a climi torrido ardi dell’estremo sud o la freddo del nord, in condizioni ambientali che frenano lo sviluppo della pianta, è stato sostituito da vari tipi di allevamento a contro spalliera con tre, quattro fili di sostegno, più confacenti alle esigenze espansive della pianta, con minor impegno di manodopera e agevoli lavorazioni meccaniche. L’attuale estensione dei vigneti, in coltura specializzata, con vigneti di pregio impiantati sulle tipiche colline, è quasi totalmente delimitata per la produzione di vini DOC.

  • Molise
  • Piemonte

    I popoli liguri che abitavano l’attuale comprensorio viticolo piemontese ebbero il loro contatto con il vino allorché i commercianti greci portarono la bevanda inizialmente sulle coste del mediterraneo e in seguito nell’entroterra (VI – V sec a.C.). Ai greci succedettero i romani che dedicarono particolari cure alla vigna e al vino, adattando la cultura della vite alle condizioni ambientali del luogo e diffondendo la coltura secondo i criteri appresi dagli etruschi,, cioè allevandola alta e facendola arrampicare al alberi ad alto fusto. Si adoperarono anche nel perfezionare la conservazione del vin, adattando cantine interrate e introducendo l’uso di recipienti di legno. Con varie traversie la viticoltura piemontese si evolve attraverso i secoli, soprattutto perché è tra le poche attività agricole in grado di assicurare un reddito soddisfacente all’agricoltore. Verso la metà del XVIII secolo, sotto il potere centrale dei Savoia, ha iniziato la vera viticoltura piemontese. La vite, naturalmente, si sviluppa là  dove le condizioni pedoclimatiche sono più favorevoli. Attualmente la viticoltura è ubicata sostanzialmente in collina (93%), e stante alle posizioni molto inclinate delle zone vitate, sono diffuse le sistemazioni del terreno a terrazzamento e, recentemente, a “ritocchino”, in modo da facilitare l’uso delle macchine. Le forme di allevamento più diffuse sono guyot ( con varie modifiche), contro spalliera, maggiolino, pergola e pergoletta. I vitigni più coltivati sono : barbera, dolcetto, moscato bianco, freisa, nebbiolo e cortese. Convivono comunque diverse varietà coltivate da centinaia di anni, come pelaverga,, arneis, brachetto, favorita e alcune malvasie, unitamente a quelle “moderne” di recente introduzione. Circa il 40 % dei vini piemontesi si fregia della DOC e della DOCG. Tra questi, soprattutto quelli ottenuti dal vitigno nebbiolo, come il Barolo e il Barbaresco, particolarmente adatti all’invecchiamento e dall’elevato valore organolettico che hanno determinato la gloria enoica del Piemonte. Fiorente l’industria spumantistica, di tutti i tipi: secchi e dolci, a rifermentazione in bottiglia o in autoclave; ma soprattutto è l’Asti il vanto piemontese di questo comparto vinicolo. Si tratta di una vera perla enologica, la cui produzione si aggira sugli 80m milioni di bottiglie, la maggior parte venduto sui mercati esteri, dove trova i massimi elogi ed i veri stimatori e dove raggiunge quotazioni al pari degli spumanti d’oltralpe. Un’altra gloria enoica, legata strettamente al Piemonte è rappresentata dal Vermouth , un vino aromatizzato, che qui ha trovato i suoi natali nel XVIII secolo.

  • Puglia

    La coltivazione della vite nella regione pugliese prospera fin 200 a.C., ed ha acquisito nuove tecniche migliorative  con la colonizzazione greca avvenuta attorno all’ VIII sec A.C. Dopo il lungo periodo di splendore e di ricchezza del periodo romano le viti furono abbandonate, con la decadenza e la caduta dell’impero romano d’Occidente e con la perdita definitiva del territorio da parte dei Bizantini. Verso il 1600 vi fu una  grande rinascita produttiva ed il ritorno dei vitigni e di coltura locali, che, all’inizio del 1900, l’invasione della fillossera stroncò repentinamente. La ricostruzione dei vigneti seguì il criterio della grande produzione di vini con una  grande concentrazione di colore, alta gradazione alcolica e bassa acidità. Tale sistema assicurò una fiorente esportazione dei vini, adatti a rinforzare e migliorare le produzioni vinicole settentrionali e d’oltralpe. Questo orientamento ha privilegiato la quantità a svantaggio della qualità. Gli odierni obbiettivi sono diversi, orientata verso il miglioramento della produzione dei vini da tavola; sono state introdotte nuove varietà di vitigni, si stanno sostituendo gradatamente i tipi di allevamento, si migliorano le attrezzature.  L’amore per la propria terra, e in special modo per la vite, ha reso fiorente l’economia agricola pugliese ed ha reso questa regione la più viticola d’Italia. Il movimento cooperativo annovera 190 organizzazioni associative con 166 cantine sociali, che rappresentano circa il 60% della produzione vinicola. Le forme di allevamento più in uso sono quelle a  tendone, a guyot e a cordone speronato: tipico, ed ancora diffuso, è anche quello caratterizzato dalla potatura corta, denominato appunto “alberello pugliese”. I vitigni ammessi alla coltivazione sono 55, dei quali 29 per la produzione di vini DOC . al nord sono più coltivati monte pulcino, uva di Troia, bombino bianco e nero: nella valle d’Itria verdeca e bianco d’Alessano; al sud soprattutto negro amaro, primitivo e malvasia nera. L’80% dell’ampelografia regionale è rappresentata da uve a bacca rossa: La Puglia è anche al primo posto in Italia per la produzione di uva da tavola.

  • Sardegna

    Tutti i popoli che si sono succeduti nel parziale o totale controllo dell’isola hanno contribuito alla coltura della vite. In primo luogo i fenici, che crearono le loro basi d’appoggio con le colonie di Tharros e di Karalis, principalmente proprio per il commercio del vino, dell’olio d’oliva e dei metalli. I romani importarono nell’isola a loro tecnica viticola e la Sardegna conobbe uno dei periodi più floridi della produzione enologica: floridezza poi continuata con la dominazione bizantina e ancora nel periodo giudicale, particolarmente per il rigore colturale instaurato nel giudicato di Arborea. Catalani, Aragaonesi e spagnoli contribuirono decisamente all’impianto di nuovi vitigni e all’affinamento delle tecniche colturali, ma non sempre la produzione ne trassi vantaggi a causa delle gravose imposizioni fiscali. La Sardegna ritrovò un certo equilibrio produttivo, nonché la massima produzione, durante la vita del regno Sardo-Piemontese, nonostante l’infestazione fillosserica che colpì gli impianti europei. I vini sardi erano noti soprattutto per la struttura piena, per la scarsa acidità e per la loro eccezionale ricchezza di alcool;, oggi i vini della nuova generazione sono invece più equilibrati nelle loro componenti, meno decisi nelle loro espressioni, meno alcolici e più freschi; si tratta di vini più ricchi di sensazione odorose, più piacevoli al gusto e portatori di caratteri di finezza e personalità. Questi sensibili cambiamenti si sono ottenuti in questi ultimi anni apportando moderne concezioni alla coltura viticola. Infatti dalla tradizionale forma ad alberello si è passati a un tipo di coltura più espansa, cioè a spalliera o tendone, secondo le esigenze colturali della vite e delle dotazioni idriche del terreno, allontanando i grappoli dal suolo rovente, specialmente durante l’ultima fase di maturazione ed esponendoli al sole in maniera più razionale. I vitigni più importanti, per ordine di diffusione, sono il nuragus, il vermentino, il cannonau, il pascale, il modica, il bovale e il carignano. Il vitigno più importante, per nobiltà di prodotto, rimane però la vernaccia, che, interessa solamente una superficie vitata di 1400 ettari nella provincia di Oristano.  I vini DOC sono prevalentemente ottenuti da monovitigni: un’uva principale talvolta integrata da modeste percentuali (15%) di altre.  Si sono ottenuti così risultati di grande rilievo, sia nel campo dei vini bianchi di pronto utilizzo, sia in quello dei vini rossi a maturazione e consumo differito, ricchi di corpo e di buona sapidità.

  • Sicilia

    Nella sua lunga e ricca storia la Sicilia può documentare la presenza del vino con “vasi  potori” (vasi rituali) ed enoici ritrovati a cozzo a Pantano, vicino a Siracusa e a  Pyrgos, risalenti al secondo millennio a.C. . Ciò fa supporre la presenza della vite e una sua coltura, andata perfezionandosi col tempo, con l’apporto di viti e sistemi d’allevamento, prima fenici, poi cretesi-micenai, infine greci. L’uso del vino in Sicilia è inoltre documentato fin  dalla media età del bronzo (XIV sec. a.C.) e raggiunge l’apice nel periodo romano, quando i vini siciliani vengono esportati in tutta Europa. Dopo la civiltà romana, i vari dominatori che si sono succeduti hanno lasciato anch’essi un segno vitale con le loro diverse tecniche agrarie imposte e poi assorbite. Attualmente la coltura della vite occupa il 40% delle pianure, il 54% delle colline e il 6% delle montagne. Le uve bianche costituiscono il 75% del contesto ampelografico totale. I vitigni più diffusi a bacca bianca sono: il cataratto, l’inzolia, il grecanico e il trebbiano toscano. Mentre quelli a bacca rossa sono: nerello mascalese, il perricone il calabrese e il frappato. I sistemi di allevamento in uso sono l’alberello con circa il 40%, la spalliera con il 41% ed il tendone con il 15%. Tipici gli allevamenti a potatura mista quali l’alberello “alcarnese”, quello “marsalese” e quello “imerese”. Il 33% dei vigneti viene irrigato, ma questi sono presenti quasi esclusivamente nella zona occidentale in provincia di trapani, ove è una forte concentrazione della produzione di vini da taglio e da tavola. Nella zona orientale sola una minima parte è irrigata. Le innovazioni  dovute alle riconversioni degli impianti, alle nuove tecnologie per la vinificazione, alle vendemmie più precoci delle uve bianche, richiedono tempi lunghi; perciò oggi vediamo convivere la tradizione dei vini da aglio con le novità dei vini freschi e fruttati, di concetto moderno e di elevata qualità. Ciò non significa contraddizione, ma una caratteristica del paesaggio siciliano, estremamente vario.

  • Toscana

    La vite del genere “Vitis vinifera Silvestris”, progenitrice di quella coltivata, cresceva qualche migliaio di anni prima dell’avvento di Cristo nei boschi toscani e, come un’edera rampicante, raggiungeva i rami più alti degli alberi, producendo foglie e grappoli piccolissimi, contenenti pochi zuccheri e molta acidità. Furono gli Etruschi, un popolo civilmente progredito a trapiantare la vite fuori dai boschi, tra il VIII e il V scolo a.C. maritandola con le atre viti a loro preferite. Questo sistema di allevamento si è perfezionato soltanto negli ultimo due secoli: Infatti, alla pianta viva seguì la pianta morta, poi un traliccio di legno, poi un altro palo di legno con dei fili di ferro tirati lungo una linea, sino al moderno palo di cemento o legno ch costituisce la spalliera, il sistema più in uso n Toscana ed in altre regioni, influenzato dalla cultura etrusca. Tracce della vite etrusca si possono trovare ancora in certe zone marginali della regione, come si trovano ancora i “doppioni”, cioè  due filari di vite  in frammentati a campi di olivi o di grano, vecchio retaggio dell’economia mezzadrile. La tradizione vitivinicola della toscana è legata alla zona del chianti, perché dopo le prime colture intensive etrusche è tra le prime zone a presentare una vera documentazione sulla storia del vino, la più ricca della penisola. La coltura specializzata della vite si è lentamente sostituita a quella promiscua con l’ausilio della meccanizzazione e la quasi scomparsa della conduzione mezzadrile. La fertilità agronomica è stata superata da quella chimica (minerale) e potenziata, mentre si sono ampliati i sesti d’impianto, migliorando la difesa sanitaria e la qualità del frutto. Gli stessi sistemi di allevamento sono stati rinnovati: vi è l’archetto toscano, con o senza sperone, il guyot con cordone speronato ed il guyot multiplo. Intanto sono stati messi in opera impianti di vitigni internazionali, adatti alle terre toscane, semper più numerosi. La viticoltura toscana, caposaldo dell’economia regionale,  è praticamente quasi solo in zone collinari; ha abbandonato la produzione di pianura, dannosa per la qualità meno pregiate che otteneva per dare spazio ad altre colture più adatte: Il continuo, anche se lento, calo di produzione, è dovuto alla scelta che vuole favorire la qualità, già oggi medio-alta. Con L’istituzione della DOCG, l’immagine dei vini toscani è aumentata: il Brunello di Montalcino, il vino Nobile di Montepulciano, il Chanti, Il Carmignano e la Vernaccia di San Gimignano ne sono le pregiate testimonianza: Ad essi dobbiamo aggiungere diversi vini denominati soltanto”da Tavola” ottenuti con sangiovese  ed altri nobili vitigni, che si sono imposti rapidamente in quella fascia di mercato più sensibile alle novità e alla qualità.

  • Trentino

    Trenta secoli di storia testimoniano l’alta vocazione viticola del Trentino. Queste origini antichissime sono confermate da numerosi ritrovamenti archeologici. La presenza degli etruschi è accertata con la scoperta della “situla”, un secchio in rame con iscrizioni dedicate a Bacco ed a sileno, risalente al V-VII secolo a.C. e rinvenuto in Val di Cembra verso la metà dell’ottocento. Pure i romani ebbero modo di apprezzare i vini trentini e ne incentivarono la coltura. Più recentemente una descrizione dettagliata dei vitigni e dei vini nei dintorni di Trento è riportata da Michelangelo Mariani, lo storico del concilio tenuto a Trento fra il 1535 ed il 1563. durante il periodo dell’annessione all’Impero Austro-Ungarico, il Trentino conobbe uno dei momenti più felici per la viticoltura e si realizzò un notevole incremento dell’area vitata. Dal 1874 tutta la viticoltura regionale è controllata e regolamentata dall’Istituto Agrario di San Michele all’Adige, nato in quell’anno al posto di una abbazia, fondata nel 1145 dai frati Agostiniani. Questi monaci furono anch’essi protagonisti nella storia vitivinicola di queste terre; essi codificarono infatti con le “carte di regola” le pratiche vinarie, la data della vendemmia, i tagli, i controlli, i prezzi, ecc. La coltivazione della vite si stende su una fascia altimetrica cha va dai 300 ai 600 metri s.l.m. ed è allevata a pergola semplice sui  declivi e doppia nel fondovalle. Attualmente le varietà di vitigno a frutto rosso più coltivata in regione è la schiava, nei diversi tipi gentile o piccola, grossa o schiavone o uva meranese, grigia, oppure tscheggele, che è una selezione della grossa. Più del 50% delle uve a frutto bianco sono costituite dallo chardonnay: La maggior parte di esse vengono impiegate per la produzione dello Spumante Trento.

  • Umbria
  • Valle d'Aosta

    La viticoltura in Valle d’Aosta era probabilmente già conosciuta dagli indigeni Salassi. Sembrerebbe infatti che i romani, conquistando queste terre, apprezzassero i vini già presenti. I romani, quasi certamente hanno favorito la coltivazione e l’espansione della vite, in considerazione dell’importanza che tale coltura nel mondo agricolo di quel tempo. La certezza documentata si ha invece dagli autori della “Storia della vite e del vino”, secondo i quali la vite sarebbe stata introdotta nella valle nel gennaio del 1272per volere del vescovo di Ivrea, Federico Front, che in val di Cly obbligava i cittadini a convertire in vige i terreni adatti e ad avere la massima cura nella coltivazione della vite. La viticoltura, trascurata fino agli anni cinquanta, è attualmente, grazie al contributo dell’Institut Agricole Regional, azienda pilota nella valle d’Aosta, il settore più significativo dell’agricoltura e sette cooperative coprono quasi tutta la produzione. Nella bassa valle è più coltivato il vitigno nebbiolo e predominano i vini rossi, il centro è caratterizzato da vini tipici ottenuti da diversi vitigni autoctoni e nell’Alt a valle, dove la viticoltura diventa veramente eroica e di montagna, è il vitigno Blanc de Morgex, sopravvissuto alla fillossera, che resiste alle altitudini eccezionali. I sistemi culturali più diffusi sono la pergola bassa con l’impalcatura tradizionale in legno e sostegni rotondi in pietra, usata maggiormente per il blanc de Morgex, i filari su terrazzamenti con potatura a guyot, l’alberello e le pergole tradizionali, poste tra muretti di pietra: Le pergole poste in zone rocciose sono i sistemi maggiormente diffusi in valle dove, per altro, sono diversi i vitigni coltivati.

  • Veneto

    Il Veneto è terra di antichissime tradizioni vitivinicole, ma per quanto riguarda l’attuale platea ampelografia, ha origini abbastanza recenti. Mentre la zona occidentale( veronese e colli Berici) ha conservato nel periodo post-fillosserico e soprattutto post-bellico l’originalità dei suoi vitigni, l’area centro orientale, dopo le devastazioni provocate dai due conflitti bellici, è ricorsa copiosamente ai vitigni d’Oltralpe, così come ha fatto la zona orientale al confine con il Friuli. Infatti nella parte occidentale riscontriamo soprattutto garganega e trebbiano tra le uve a bacca bianca, nonché corvina veronese, rondinella tra quelle a bacca rossa.  Mentre verso le zone orientali sono diffusi i vitigni tocai friulano, pinot bianco pinot grigio, sauvignon, oltre al vitigno autoctono prosecco tra le uve bianche; cabernet sauvignon, cabernet franc, merlot e l’autoctono raboso tra quelle a baca rossa. Le forme di allevamento più usate sono:il tendone verone, la controspallina a Sylvot con varie modifiche, mentre nella bassa pianura trevigiana e veneziana “resiste2 ancora il Belussi. Le densità di impianto variano da 2.000-2.500 viti per ettaro nel tendone veronese e 2.500-3.000 nella contro spalliera di collina e 1.100-1.500 nel Belussi. La tendenza viticola attuale va verso il progressivo aumento numerico dell’investimento viticolo per ettaro con parallela diminuzione di numero di gemme per ceppo vite. Per la quantità della produzione di vini DOC, attualmente la regione si pone al primo posto nell’ambito nazionale: Le province di Verona e Treviso sono quelle che contribuiscono maggiormente a questo primato; tra i numerosi vini prodotti ricordiamo Il Prosecco di Conegliano-Valdobbiadene, vino spumante ottenuto con rifermentazione in autoclave(Metodo Martinotti), tra i più conosciuti a diffusi del nostro paese; esso raggiunge le migliori caratteristiche in una ristretta area di produzione denominata Cartizze. Inoltre citiamo il Recioto di Soave e di Valpolicella, o di Gambellara, vino ottenuto con le migliori uve delle rispettive zone.

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